C’era una volta un medico

Oggi voglio raccontare la storia di un medico.

Ma prima di potervi parlare di lui devo fare alcune premesse.

Immaginiamo un mondo in cui la sanità non sia pubblica: esclusivamente sanità privata, non c’è l’ASL, i farmaci e le cure si pagano al 100%, non c’è il Sistema Sanitario Nazionale. Un po’ come avviene negli Stati Uniti d’America.

Altra premessa è che dobbiamo pensare a una realtà in cui non esista la professione del farmacista: i farmaci vengono prodotti dalle aziende farmaceutiche, comprate dai grossisti di farmaci e vendute ai pazienti.

Queste piccole supposizioni mi permettono d’intavolare questa metafora che altrimenti non starebbe in piedi.

C’era una volta un medico, dottore in medicina e chirurgia, che, non appena entrato nel mondo del lavoro, dopo lunghi e duri anni di studi e di gavetta, era fiducioso dei suoi mezzi e delle sue competenze: sperava di poter aiutare le persone a stare meglio.

Aveva fatto il giuramento di Ippocrate e aveva promesso di esercitare la professione in scienza e coscienza.

Visitava pazienti e dispensava le cure che consistevano in semplici principi attivi che si potevano trovare sul mercato a basso costo e suggerimenti, integratori, sali minerali, un’alimentazione particolare, degli esercizi di ginnastica che avrebbero potuto riportare in salute i suoi pazienti o almeno ridurre i dolori e le debilitazioni derivanti dai vari problemi di salute.

Cercava sempre di capire la causa del problema, cercando prima di tutto di alleviare la sofferenza immediata del soggetto e poi indicando la strada per un corretto stile di vita.

I pazienti erano contenti e pagavano la sua parcella annuale che ritenevano equa e in linea con la sua professionalità.

Con il passare degli anni però si accorse che aveva un problema: i pazienti che entravano nel suo studio erano pochi rispetto al numero di persone che avrebbero avuto bisogno delle sue cure.

Ben presto si rese conto del perché: lui era una mosca bianca. Fuori dalla porta del suo studio c’era un mondo completamente diverso da quello che aveva immaginato negli anni passati sui libri. Le persone erano sì acciaccate, con patologie o problemi vari ma preferivano rivolgersi ad altri.

Esse andavano dai grandi rivenditori di farmaci e compravano da loro i farmaci: pasticche, lozioni e pozioni. Ascoltando le testimonianze di persone intorno a lui scoprì una cosa strana: le sale d’attesa di questi venditori di farmaci erano sempre piene.

Altra cosa sorprendente, ai suoi innocenti occhi, era il fatto che i pazienti non pagavano una parcella ai professionisti cui si rivolgevano.

Si rese ben presto conto che il meccanismo funzionava così: il paziente si rivolgeva al suo rivenditore di farmaci di fiducia e da lui riceveva un elenco di farmaci da assumere. Questi ultimi venivano prodotti da grandi case farmaceutiche internazionali oppure dal rivenditore stesso. Il paziente sul momento non pagava la parcella, ma il costo dei farmaci veniva spalmato in tutto l’anno: il paziente firmava una montagna di carte in cui autorizzava il rivenditore a dargli i farmaci per tutto l’anno e contemporaneamente ad addebitargli il loro costo per ogni singolo giorno di assunzione.

Il costo dei farmaci che venivano suggeriti erano di circa dalle quattro alle dieci volte il costo della parcella che il medico faceva una volta l’anno. Ma tali costi, anche se evidentemente più elevati dei suoi, essendo spalmati su 365 giorni non suscitavano alcuna reazione o lamentela nei pazienti.

Negli anni il nostro dottore si era accorto che il fare la sua parcella una volta l’anno (tutta insieme) provocava qualche risentimento nei pazienti. I rivenditori di farmaci erano molto più intelligenti di lui in questo: diluivano i costi poco per volta in modo che fossero poco evidenti.

Lui però non poteva farlo, sarebbe stato complicato e soprattutto contro la sue etica: lui voleva che il paziente riconoscesse i suoi meriti, le sue capacità e pagasse una giusta parcella per ciò che lui faceva per loro. Come lui pagava il meccanico o il commercialista quando ci andava per usufruire della loro professionalità, pensava.

In fondo, supponeva ingenuamente, erano due modi di lavorare differenti ma se le persone stavano meglio l’obbiettivo era stato comunque raggiunto.

Con il passare del tempo si accorse che le cose non stavano proprio così.

Molti pazienti dopo aver assunto i farmaci che gli erano stati consigliati e dopodiché venduti stavano male, stavano peggio di prima, accusavano effetti collaterali anche pesanti. Quando alcuni di loro andavano dal loro rivenditore di fiducia venivano pazientemente ascoltati, coccolati e con accondiscendenza gli veniva consigliato di cambiare farmaco. Quindi il paziente passava dal farmaco “A” al farmaco “B” accompagnato dalle rassicurazioni del rivenditore che spergiurava loro l’efficacia strabiliante del nuovo prodotto. Quando però alcuni pazienti, un po’ meno “pazienti” di altri, provavano a chiedere spiegazioni sui motivi per cui il farmaco “A” gli avesse fatto male, ricevevano per tutta risposta argomentazioni nebulose e poco chiare.

Il nostro medico invece spiegava per filo e per segno quali fossero i motivi per cui consigliava questo o quel principio attivo, indicando sempre gli effetti collaterali che avrebbero potuto colpire il paziente, la durata del trattamento e così via. Se un suo paziente lo chiamava per comprendere il mancato effetto desiderato di un tale principio attivo/alimento/suggerimento che il nostro dottore gli aveva suggerito, quest’ultimo era prodigo di spiegazioni scientifiche e del tutto inoppugnabili.

Un’altra differenza tra il suo modo di lavorare e quello dei rivenditori di farmaci era questo: lui, l’eroe della nostra storia, era ben consapevole del fatto che non fosse necessario dare sempre qualcosa ai pazienti. Se il paziente stava bene oppure se prevedeva che qualche principio attivo potesse nuocere alla persona, egli non consigliava di prendere qualcosa a tutti i costi. C’erano periodi di tempo in cui suggeriva di non prendere nulla.

Questo approccio era del tutto opposto a quello dei rivenditori di farmaci: essi incalzavano i propri clienti a prendere qualcosa, anche se non ne avevano bisogno, anche se stavano benissimo. I clienti, fidandosi della professionalità e rincuorati dal marketing che le grandi aziende farmaceutiche facevano quotidianamente, acconsentivano ad assumere altri farmaci.

Passavano gli anni e il medico era sempre più sconsolato: i pazienti scarseggiavano mentre c’era la coda fuori dalla porta dei grandi rivenditori di farmaci. In più alla sera, a fine giornata, mentre cercava di non pensare e di rilassarsi davanti alla TV veniva bombardato dalla pubblicità martellante dei suoi concorrenti. Andava a letto disperato e si addormentava chiedendosi dove stesse sbagliando.

Parlando con alcune persone e leggendo la cronaca si accorse inoltre di un fatto molto grave ai suoi occhi: i rivenditori di farmaci non erano molto consapevoli di cosa stessero proponendo ai propri clienti. Non tutti, ma molti non capivano il meccanismo d’azione dei vari farmaci. Leggevano e recitavano a memoria il bugiardino ma non comprendevano quanto fossero potenzialmente pericolosi quei farmaci, quelle molecole, quelle sostanze nei clienti che andavano da loro esclusivamente per stare meglio. I rivenditori di farmaci avevano un catalogo da cui scegliere questo o quel prodotto: sceglievano e vendevano.

Per loro il farmaco “A” o quello “B” era indifferente, non li conoscevano. Ma non era (tutta) colpa loro: le leggi di mercato dell’industria della farmacologia avevano permesso a quella figura professionale di potersi permettere d’ignorare la farmacologia, la fisiologia, la biochimica, l’anatomia… Sapevano perfettamente che per guadagnare dovevano e vendere e quello facevano.

La normativa del paese in cui viveva il nostro medico era strutturata in modo che le grandi aziende farmaceutiche producessero i farmaci, il venditore li vendesse e il cliente li acquistasse. Tutto il resto non esisteva.

In questo mondo il nostro medico non aveva spazio, non aveva nemmeno ragione di esistere. Ma lui, cocciuto come un mulo, continuava a studiare nuovi principi attivi disponibili in natura, nuovi esercizi, un regime alimentare più adatto per i suoi pazienti o potenziali tali.

Poi successe una cosa che il nostro medico non osava nemmeno sognare nei suoi incubi peggiori: quando aveva iniziato a lavorare non c’era l’albo dei medici. Non esisteva nemmeno quello dei rivenditori di farmaci. Dopo anni di rinvii, un bel giorno, il normatore decise di colmare questa lacuna normativa. Il protagonista della nostra storia era contento perché finalmente avrebbe avuto un albo a cui iscriversi, a cui fare riferimento, un punto fermo per la categoria di cui lui così orgogliosamente faceva parte.

Le sue speranze vennero ben presto disattese nel modo peggiore: il normatore colmò la lacuna normativa in un modo bizzarro. Egli non insituì l’albo dei medici e l’albo dei rivenditori di farmaci: ne istituì solamente uno, l’albo unico, mettendo tutti nello stesso calderone.

Da quel momento in poi per il paziente comune la figura del medico e quella del rivenditore di farmaci erano totalmente indistinguibili.

Da quel momento in poi le speranze del nostro dottore di poter far capire alle persone cos’era realmente la medicina si affievolirono ulteriormente.

Lui comunque continuava a studiare, a informarsi, a tenere duro nella speranza che le persone, prima o poi, si accorgessero di lui, delle sue competenze e della sua professionalità.

Attualmente il dottore continua a radersi ogni mattina e davanti allo specchio riesce a guardarsi dritto negli occhi senza dover distogliere lo sguardo: sa di non aver avvelenato nessuno, sa di non aver venduto nulla senza capire cosa fosse per puri motivi economici e rimane sicuro delle proprie potenzialità e delle proprie competenze.

Sa perfettamente che il marketing dei concorrenti è sfrenato e che la normativa non è dalla sua parte ma lui continua per la sua strada, in scienza e coscienza.

Chissà come finirà questa (triste) storia, si chiederà il lettore che ha avuto la pazienza e la tenacia di arrivare sin qui.

Personalmente non lo so ma spero per lui che finisca bene.

Legenda (in ordine di apparizione):

  • medico / dottore: consulente finanziario indipendente (il sottoscritto)
  • paziente/i: risparmiatore
  • principi attivi e suggerimenti: titoli diretti quotati sui mercati regolamentati (obbligazioni, azioni, certificati, ETF…)
  • parcella annuale: parcella annuale che faccio pagare ai miei clienti
  • (ri)venditore/i di farmaci: promotori finanziari bancari, promotori finanziari assicurativi, etc.
  • farmaci: fondi d’investimento, polizze assicurative, gestioni finanziarie e vari prodotti finanziari
  • addebiti giornalieri: costi dei fondi, polizze, gestioni
  • grandi case farmaceutiche internazionali: grandi gruppi bancari
  • effetti collaterali e peggioramento dei sintomi: perdite finanziarie in conto capitale, performance annuali pesantemente penalizzate dai costi di gestione
  • normatore: il normatore
  • albo unico: l’albo tenuto dal’OCF
  • medicina: consulenza finanziaria indipendente